Quando la censura ci salva!

Le istituzioni democratiche possono tollerare o legittimare la censura? La domanda è scaturita e resa virale proprio in questi giorni, a seguito della censura di Donald Trump da parte di una serie di social network. Una scelta molto criticata, anche se ingiustamente, a parer mio. La censura è sicuramente uno strumento con una forte connotazione negativa e un’impronta inconciliabile con il clima di apertura e confronto che la democrazia tenta di instaurare. La censura – considerata in sé – è una detenzione illegittima dell’informazione, che produce devastanti manipolazioni politiche, non consentendo all’opposizione di svolgere una funzione attiva e di scambio. Gli effetti sono gravissimi: spesso si produce un popolo “ignorante”, proprio perché non può disporre di un quadro completo e oggettivo, venendo, invece, influenzato in modo unilaterale da un’unica versione dei fatti. Un popolo ignorante è un terreno fertile per la dittatura, e in ogni caso dannoso allo spirito democratico. Questo, infatti, si fonda sull’interazione delle parti e la sottoscrizione di accordi che concilino le richieste di più fazioni. La democrazia è il regime dei pro e dei contro, dell’analisi delle due facce della medaglia: è un continuo riflettere e ragionare sui fatti, e ciò dovrebbe nutrire un profondo senso civico e politico all’interno del popolo. Un popolo che comprende il peso e il valore della libertà e se ne assume la responsabilità con coscienza. Parlare non è quindi, soprattutto in politica, vomitare suoni e lettere, ma è l’esternare progetti, finalità che nascano da motivazioni oggettive, tenendo conto del peso di ogni singola parola e nell’osservanza di un’etica condivisa. 

È la libertà che definisce la democrazia: un dibattito aperto, un duello ad armi pari. La censura è chiusura, offuscamento della verità, prigionia. Ma proprio perché siamo in una democrazia, forse occorre addentrarsi meglio e scandagliare le varie sfaccettature. La libertà non è l’assenza di regole, ma la facoltà di discuterle. Le parole, infatti, sono investite sempre di grosse responsabilità, tanto più se pronunciate da un politico o da un capo di stato. Purtroppo, negli ultimi anni, la considerazione di questa responsabilità ha subìto un notevole logoramento. Abbiamo conosciuto un periodo di perbenismo: una maschera ipocrita, una modalità subdola di comunicare, che si articolava in lunghi e ariosi giri di parole, con la conseguente natura impacciata e ampollosa del flusso del discorso. È nato dunque un desiderio di chiarezza e spontaneità all’interno dei dibattiti politici. Ma da un estremo si è passati all’altro: la retorica e le argomentazioni ormai scadono nell’insulto, nella svalutazione e nel ridicolizzare a priori l’opposizione. Il linguaggio politico è divenuto un linguaggio non di interazione, ma di puro scontro, che non nutre più il minimo rispetto, né si fonda su solide argomentazioni. La censura è un procedimento errato, una scala in discesa verso la disinformazione, ma richieste di decoro verbale e di mantenimento di un alto profilo professionale ai politici, mentre svolgono le loro funzioni pubbliche, sono senz’altro dovute. Uno stato democratico non deve divenire simbolo di un lassismo eccessivo, simbolo d’impunità o luogo anarchico, bensì dovrebbe custodire e applicare con vigore le sue regole, nelle quali confidare proprio in quanto prodotto di una mentalità critica. Ne consegue che non possa essere contrario alla democrazia prendere provvedimenti rigidi. Infatti la democrazia dovrebbe incarnare quella linea di confine tra anarchia e dittatura che impedisce tali estremi, filtrando potere e libertà attraverso gli organismi democratici. Potere, forza e libertà, se ben dosati, sono i filamenti di un tessuto statale efficiente. Seguendo questa linea, la democrazia deve ostacolare qualsiasi oltraggio o minaccia alle sue strutture e ai suoi principi di giustizia, libertà e uguaglianza. Quindi… Non è antidemocratico censurare Trump, è antidemocratico non farlo. Non riesco a comprendere i vari interventi di coloro che interpretano i divieti alla divulgazione di messaggi autoritari come contravvenzione ai precetti democratici. Tanto più nei riguardi di un uomo che ha minacciato la democrazia nel modo più evidente e violento possibile. Questi signori non si stanno schierando realmente a favore della democrazia, ma a favore della sua erosione. È giusto e necessario che la democrazia acquisisca e applichi meccanismi di autoconservazione per prevenire ed opporsi a manifestazioni aperte di violazione e sfiducia nei suoi meccanismi, affinché la sua immagine non venga infangata, né la sua realtà politica indebolita.

Articolo di Davide Bonacina della redazione Cassandra