Patrick Zaky: la storia si ripete?

Non cadono le accuse su Patrick Zaky, studente dell’Università di Bologna in Egitto per attivismo, ormai già in carcere da quasi un anno per istigazione al rovesciamento del governo e della costituzione. La vicenda di Patrick Zaky sembra ripetere la triste esperienza di Giulio Regeni e rievocarne i momenti più difficili e drammatici che hanno coinvolto non solo i suoi familiari, ma l’Italia intera. 

Ancora una volta l’Egitto mostra la sua natura di stato autoritario, le sue forme di repressione volte a bloccare ogni dissenso, ogni tentativo di instillare una nuova coscienza costituzionale, che riconosca nei diritti umani la chiave di uno stato moderno. Il sistema giudiziario, che il governo egiziano ha creato, è una macchina perfetta per stabilire pene senza fornire le dovute motivazioni: un apparato che consente l’arbitrarietà della legge, adoperata non come strumento di regolazione della collettività, ma di punizione e conservazione degli interessi di pochi. Una legge non equa che diventa sinonimo di corruzione e dittatura. È dunque mancata a Patrick Zaky una corte che lo giudicasse in modo imparziale, alla quale appellarsi per poter denunciare i metodi disumani e di tortura cui è stato sottoposto e per poter dimostrare la totale mancanza di prove, che suffraghino una tale accusa. La procura egiziana ha trasformato un attivista dei diritti umani in un sovvertitore di governi. 

Evidentemente l’Egitto teme molto che discussioni concernenti i diritti, in un Paese in cui ci sono solo doveri e divieti, possa sensibilizzare il popolo egiziano in merito alla sua ingiusta situazione.   Di conseguenza tutti coloro che hanno provato e che proveranno ad esportare una riflessione di natura civica, ma soprattutto umana, in Egitto, verranno visti come una minaccia, come il fuoco di una nuova, più grande, rivoluzione. L’obiettivo in una dittatura è quello di mettere in silenzio, di far tacere, in modo tale che esista un’unica voce che s’imponga su tutte le altre. In modo tale che esista un’unica verità, che occulti ogni altra coscienza critica e la dissolva. 

Patrick Zaky sta provando ingiustamente, sulla sua pelle, l’assenza di quei diritti, che egli stesso studiava: la mancanza di rispetto, anche verso un detenuto; l’assenza di regole che ridimensionino il potere della polizia e le impediscano, nell’osservanza dei diritti inalienabili, di torturare un uomo. Questa è la conseguenza della mancanza di un tessuto legislativo equo che non si sbilanci in una sola direzione, lasciando scoperta ed esposta l’altra e che, quindi, tuteli ambe le parti. Un sistema che dunque avvolga l’individuo in una sfera inviolabile di diritti e lo sottragga a soprusi. Di certo Patrick Zaky non ha potuto beneficiare di una simile correttezza e giustizia, ma si è trovato privo di ogni possibilità di riscatto, spoglio persino del diritto di parola, del diritto di non essere picchiato, del diritto di dichiararsi innocente. 

Questa vicenda davvero apre ad un’analisi profonda e quasi senza filtri sullo stato egiziano: l’assenza di meccanismi che, come argini, frenino e attutiscano il potere sempre più illegittimo e violento del governo. Ciò che più è intollerabile è che Patrick Zaky è ora costretto, in prima persona, a sopportare il carico di tutta questa corruzione, dormendo per terra da mesi e passando da una tortura all’altra. 

Certamente bisogna sottolineare che lo Stato italiano non si sta dimostrando a sua volta attento ai diritti umani e all’osservanza di essi. Giudico infatti vergognoso il comportamento passivo che ha adottato sia nei confronti di Giulio Regeni e ancor più in quelli di Patrick Zaky. Servirebbe una presa di posizione più drastica e forte nei confronti di un governo che per ben due volte si è permesso di uccidere o incarcerare degli studenti italini, indifferente ai diritti umani, nonostante gli scambi commerciali e le relazioni diplomatiche con il nostro Paese. Sono forse proprio questi scambi commerciali (di navi da guerra) a far indugiare l’Italia? A bloccarla nel provvedere in modo serio contro l’Egitto? Uno stato come il nostro che ha sancito, tramite il suo testo costituzionale, l’osservanza dei diritti umani, non deve assolutamente limitarsi ad esserne un garante al suo interno, ma anche un promotore di essi in altre parti del mondo e pronto a schierarsi contro chi, in modo così sfacciato e palese, li calpesti. Essere uno stato di diritto, che si fonda sul preservare quel nucleo di umanità e dignità proprio di ogni individuo, non dovrebbe accettare ciò che sta accadendo, anche se al di fuori dei suoi confini. Un orrore, benchè lontano, se esiste va combattuto. Non si chiede all’Italia di intervenire militarmente, ma si chiede al governo almeno l’immediata interruzione di qualsiasi rapporto e scambio con l’Egitto, come segno di dissenso e totale disapprovazione delle misure prese. Questo articolo, dunque, oltre a voler coinvolgere i lettori sulla terribile vicenda di Patrick Zaky e su quanto uno stato autoritario possa ledere le libertà umane, vuole anche essere un appello al governo italiano affinché non sia indifferente ad una simile violazione ed affinchè chiuda ogni finestra di dialogo con questo Stato, qualsiasi siano gli interessi commerciali.  

Davide Bonacina della redazione Cassandra