“LA SOLITUDINE ATTRAVERSO UNA LENTE D’INGRANDIMENTO”

La solitudine è una condizione e un sentimento umano per il quale l’individuo si isola di scelta propria (se di indole solitaria), per vicende personali e accidentali di vita o perché isolato dagli altri esseri umani, generando un rapporto privilegiato con se stesso. 

Animale sociale per definizione, l’uomo si oppone alla socievolezza più che alla socialità, ossia ad una particolare inclinazione alla convivenza sociale.

Questa sarebbe la classica definizione che si trova su Wikipedia, che interpreta la solitudine come “una condizione di un individuo”, come se fosse una strana patologia che colpisce solo una sfortunata parte delle popolazione. 

In realtà, penso che al di fuori di una rigorosa definizione ci sia di più, come per esempio anche solo l’idea che molto probabilmente ogni individuo su questa terra abbia provato questa strana patologia o che sentirsi propriamente “soli” non sia sintomo di debolezza d’animo, come la solitudine è frequentemente etichettata. 

“La solitudine è come una lente d’ingrandimento: se sei solo e stai bene stai benissimo, se sei solo e stai male stai malissimo”.

Lo diceva Leopardi, colui il quale è stato reso l’emblema della solitudine, colui il quale si estraniava dal mondo esterno per rifugiarsi in un suo mondo interiore e blindato.

Giacomo sicuramente ne sapeva qualcosa di solitudine, ma probabilmente non la concepiva totalmente con un’accezione negativa.

In effetti, il concetto di solitudine molte volte può essere semplificato con la metafora di una lente d’ingrandimento: la mancanza di qualcuno accanto a noi ci costringe ad usarci come unico punto di riferimento, a scoprire molto di noi stessi, a fare un profondo zoom sulla nostra anima guardando il riflesso cristallino di chi siamo.

A volte il voler stare da soli viene ricercato per pace, altre è involontario e ci esclude per non avere presenze invadenti intorno.

“Non basta stare con gli altri per non sentirsi soli, è la tua testa che si sente sola. Gli altri ti parlano ma a te non interessa niente e alla fine ti chiudi, ti isoli. Sei solo con la tua testa ti prende il panico e, a volte, sembra quasi di non riuscire a respirare. “

Così descriverei la solitudine: un limbo in cui si è intrappolati involontariamente senza accorgersene.  

Sei pieno di persone, amici, ne vedi così tanti, ogni giorno, ti circondi di affetti, abbracci e parole vuote per colmare i silenzi che sono dentro di te. 

Riempi la vita di presenze fisiche che occupano solo spazio e tempo, ma non la tua anima.

In questo particolare periodo della nostra vita, tutti noi ci troviamo costretti ad interfacciarci con la realtà della solitudine.

Ancora un altro tipo di solitudine, una solitudine totalmente involontaria e indotta dai cosiddetti “piani alti” o semplicemente dal nostro buon senso.

Perchè, come tutti ben sappiamo, è in corso una pandemia e teoricamente non dovrebbe essere il momento più adeguato per accantonare la nostra possibile timidezza per compensarla con un’irrefrenabile voglia di socializzare.

Appurato questo, ciò che sembra essere l’evento più frustrante e opprimente di tutta questa situazione, per le persone in vita, che fortunatamente hanno ancora la possibilità di decretare qualcosa, è il rimanere in isolamento a casa.

 Per quanto riguarda questo argomento, ho riflettuto su quanto tempo abbiamo passato a lamentarci per la mancanza di tempo libero, per la frenesia delle giornate, per l’enorme mole di lavoro scolastico… e adesso? Ci sono voluti solo una decina di giorni per voler riprenderci con le unghie e con i denti la nostra tanto “odiata” quotidianità.

Credo che come richiesta sia plausibile, perchè comprendo che ciò che ci manca di più della nostra vita sia semplicemente la presenza di qualcun altro al nostro fianco, proprio una presenza o un contatto fisico, che davamo tanto per scontato e che ora ci è venuto a mancare.

Il contatto fisico, la nostra prima forma di comunicazione.

Ci unisce quando siamo felici, ci sostiene nei momenti di paura, ci emoziona nei momenti di passione e amore; tutto questo nella semplice impronta di un dito o nello sfiorarsi di un paio di labbra su una guancia.

Abbiamo bisogno di questo contatto con le persone che amiamo quanto di respirare; non abbiamo mai capito l’importanza di quei tocchi fin quando non abbiamo più potuto averli.

Il contatto con il nostro compagno di banco, le persone appiccicate nella metro, l’abbraccio di un familiare, ora siamo tutti ricoperti da un’aura di apatia e di distacco, precisamente un metro di distanza.

Pensare che ci sono persone che vivono a metri di distanza per paura di morire, per malattie come per esempio la fibrosi cistica. 

Su quest’ultima, l’anno scorso è stato girato un film che sviluppa una storia d’amore tra due ragazzi affetti da fibrosi cistica.

Tutto il film gira, dunque, attorno alla distanza che entrambi i ragazzi devono mantenere l’uno dall’altro per sopravvivere, e il film si intitola proprio “A un metro da te”.

Tutti noi abbiamo avuto la fortuna di apprezzare questi piccoli gesti e probabilmente solo ora siamo stati abbastanza sensibilizzati da dare loro un reale valore.

Per quanto possa essere tragica la situazione, credo che con il tempo ci abitueremo a questo genere di solitudine e potremo compensarla, come si sta già facendo, con la tecnologia.

Al contrario penso, però, che esista un genere di solitudine che non possa essere mai colmata, neanche con una videochiamata dall’aldilà.

Sappiamo tutti di che tipo di solitudine io stia parlando: quando viene strappata la vita a qualcuno, non ti abitui mai alla sua assenza.

Questa solitudine non l’avresti mai desiderata, questa solitudine ti lacera il cuore e la mente, ti spiazza e ti destabilizza.

La morte è qualcosa a cui nessuno può dare una spiegazione, a cui nessuno può dare un’interpretazione valida per tutti.

Solo l’idea che da un giorno all’altro qualcuno possa non esistere più, possa non stringerti più la mano, possa non proferire più parola, ti costringe a realizzare quanto qualsiasi tipo di mancanza non possa essere messa a confronto con una di questo genere.

Fin quando c’è ancora vita ogni tipo di distanza può ancora smettere di esistere.

Infine credo che la solitudine possa essere una condizione, uno stato d’animo, un bisogno passeggero, ma non un modo di vivere. 

Ognuno di noi, per quanto possa essere forte, non basterà mai a se stesso e tutti abbiamo sempre bisogno che qualcuno ci tenda la mano.

 A questo punto sento di dire solo: siate accanto a chi c’è, non estraniatevi dal mondo con qualsiasi mezzo in vostro possesso, siate sempre presenti e vivete fino in fondo le persone che avete intorno, senza darle mai per scontato!

“Chi non sa popolare la propria solitudine, nemmeno sa esser solo in mezzo alla folla affaccendata. Non cercare l’impossibile in questo mondo di pazzi, non vi è luogo dove tu possa rifugiarti, ma se trovi qualcuno che ami tienilo stretto perché ricorda: si nasce e si muore soli, tutto il resto è niente”

Charles Baudelaire

                                                                                                                                            Laura Perillo, Fenice