La diversità fa paura? Storia della famiglia

Poco più di cinquant’anni fa, nelle aule del Parlamento italiano, si sosteneva una disputa che avrebbe determinato, con il suo esito, la vittoria di un’Italia liberale e laica su un’Italia sostenitrice di quei valori che vengono oggigiorno riferiti alla società patriarcale. Il primo dicembre 1970, dopo una lunga settimana di sedute difficili e conflittuali, venne infine approvata, con 325 sì e 283 no alla Camera e 164 sì e 150 no al Senato, la legge Baslini-Fortuna, la numero 898 sul divorzio, che garantiva e regolava tale istituzione a livello giuridico. Pur essendo stato il divorzio ufficializzato in quella data, le separazioni tra le coppie sposate non erano una realtà nuova nel panorama italiano. 

La legge aveva essenzialmente il compito di legalizzare la pratica e dunque offrire un maggior numero di garanzie a entrambe le parti, ma soprattutto alla componente femminile della coppia. Tra i più convinti sostenitori della schiera divorzista erano infatti le femministe, e si può con sicurezza affermare che tra le forze che mobilitarono la legge in questione vi fu proprio il loro movimento. Più in generale contribuirono tutti quei filoni di pensiero che, a partire dagli anni sessanta e in particolar modo nel ‘68, avevano dominato la scena culturale e socio-politica italiana intenzionate a ricostruire la società guardando ai diritti umani e civili come punto di partenza e, al contempo, di approdo. 

Fu Marco Pannella, politico, attivista e giornalista italiano, il primo a mobilitarsi affinché il divorzio divenisse una realtà giuridica. Questi fondò nel 1965 la Lid (Lega Italiana per il Divorzio) e presentò alla Camera un progetto di legge con l’obiettivo di regolare giuridicamente l’istituzione del divorzio. Da quel momento fino al primo dicembre di cinque anni dopo la scena italiana sarebbe stata divisa tra due posizioni. Chi sosteneva la necessità e la fondamentale importanza della famiglia quale nucleo base della vita sociale – dunque proibendo a una coppia sposata di ottenere il divorzio. Chi, invece, valutando la realtà dei fatti e considerando le ripercussioni positive che la legalizzazione di tale pratica avrebbe portato, riteneva opportuno lasciare la possibilità a due coniugi di divorziare, anche a costo di mettere da parte la tradizione. Tuttavia la Legge n. 898 sarebbe stata messa in discussione da un referendum abrogativo appena quattro anni dopo su richiesta della DC e del Vaticano, protagonisti della schiera antidivorzista. Fortunatamente, seppur con uno scarto davvero minimo, la richiesta di abrogazione non ebbe esito positivo, componendo così un tassello fondamentale di quell’iter che dalla società patriarcale a pieno titolo ha portato ai giorni nostri.

Di certo i passi da fare sono ancora molti, a partire dal comportamento di ognuno di noi nella vita di tutti i giorni e dalle espressioni del linguaggio fortemente derivate da una cultura maschilista. Tuttavia è innegabile come momenti quali l’istituzione del divorzio, la riforma del diritto di famiglia del 1975 e l’abolizione del delitto d’onore nel 1981 siano chiari segnali del lungo e lento cammino verso la costituzione di una società che, a differenza di quella patriarcale, tuteli realmente i diritti umani e civili dei quali ogni essere umano dovrebbe poter godere.

A fronte di questioni eticamente sensibili come quelle del divorzio e della famiglia le discussioni governano la scena, come abbiamo potuto notare al Congresso Mondiale delle Famiglie, tenutosi nel 2019 a Verona e organizzato dai convinti sostenitori della famiglia “tradizionale”. A questo punto è opportuno chiarire cosa cosa intendono quando parlano di questi nuclei familiari: essi sono monogamici, eterosessuali, procreativi e duraturi a vita, con una chiara distinzione tra i ruoli di uomini e donne. Le cosiddette nuove famiglie sono invece quelle arcobaleno, con unioni civili e non, con divorzi e figli provenienti da relazioni precedenti, etc…

Queste differenti concezioni di “famiglia” hanno forti ripercussioni anche su argomenti di importanza sociale e culturale, come i diritti che a tutti dovrebbero essere garantiti, ovvero il divorzio, l’aborto, le unioni omosessuali e i diritti delle donne, per citarne alcuni. Secondo il dizionario la famiglia è un “nucleo sociale rappresentato da due o più individui che vivono nella stessa abitazione e, di norma, sono legati tra loro dal vincolo del matrimonio o da rapporti di parentela o  affinità”. Tuttavia ci sfugge la domanda che tutti dovrebbero porsi di fronte agli incitamenti all’odio e alle frasi sprezzanti: cos’è realmente la famiglia? 

Famiglia è amore, prendersi cura l’uno dell’altro, dedizione, attenzione, comunicazione, lingua universale, rassicurazione, sostegno e supporto, scelta, condivisione, cieco affetto, abbraccio, fuga dalla realtà e rispetto. Famiglia è chiunque ci sappia stare accanto senza abbandonarci; esistono famiglie con figli, senza figli, allargate o non e ognuna di esse ha un equilibrio che va rispettato e compreso. Perchè privare un individuo di tutto questo? Ha forse compiuto qualche atto che lo ha reso indegno? Perchè non permettere a due persone consapevoli e adulte di scegliere due strade diverse, e ad altre due di intraprenderne una mano nella mano? Infatti non esiste immagine più bella di una famiglia felice, composta da persone che si amano e sorridono alla vita; chi siano e se abbiano figli non ci dovrebbe interessare, l’unica questione rilevante è la loro serenità. 

Anche i dati sostengono questa tesi, difatti sappiamo che quattro anni fa, nel 2016, sono stati ufficiati e celebrati 203 mila matrimoni, con una differenza di 1000 rispetto al 2011 e di 200.000 rispetto al 1960, quando oltretutto c’erano 8 milioni di italiani in meno. Riguardo i divorzi, sappiamo che sono aumentati, soprattutto tra il 2014 e il 2015, grazie all’introduzione della legge 55/2015, che ha inserito «disposizioni in materia di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio nonché di comunione tra i coniugi», garantendo sicurezza ad ambedue le parti. Nella nostra società è più comune che le famiglie si riformino, rimodellino o si frammentino addirittura rispetto agli anni addietro. Questo non significa necessariamente che ci sia stato un deterioramento morale o un indebolimento generale dell’istituzione del matrimonio, fatto che tuttavia sembra evidente, specialmente per i numerosi studi, come quello di François Singly, che dopo citeremo; ma vuol dire che le donne sono più libere, che gli obiettivi dei giovani sono mutati, che il divorzio non porta con sé un inutile stigma sociale e che l’integrità della famiglia non è un più considerata dogma ineluttabile. Per esplicare meglio questo concetto vorremmo citare François Singly, sociologo francese, che ha sintetizzato, durante la sua vitaaccademica, le trasformazioni della famiglia contemporanea  distinguendo due fasi principali 

1) dal XIX secolo fino agli anni sessanta: in cui si crea una coincidenza tra l’espressione del sentimento amoroso e l’istituzione matrimoniale. Il matrimonio, quindi, viene visto come il naturale punto d’approdo di un rapporto amoroso. E’ l’epoca della famiglia moderna basata sull’amore e sull’unione coniugale, sull’attenzione affettiva ed educativa verso i bambini, ma anche sulla rigida divisione dei ruoli tra i coniugi e sull’inferiorità sociale e giuridica della moglie e dei figli nei confronti del marito.

2) dalla metà degli anni sessanta a oggi: tempo in cui si è assistito alla nascita della famiglia postmoderna distinguibile, da un lato, dalla scomparsa della coincidenza tra amore e matrimonio e, dall’altro, dalla fragilità e dall’instabilità determinate dal prevalere della logica affettiva nell’istituzione matrimoniale. Altri importanti cambiamenti sono i ruoli di coppia, che lentamente diventano equi, e il rapporto tra figli e genitori, che si fa più democratico.

Non tutti si mostrano però concordi al cambiamento sociale descritto da Singly. Alcuni gruppi, politici e non, come succedeva in Italia tra gli anni sessanta e settanta in merito alla legge Baslini-Fortuna, negano la possibilità che il nucleo familiare possa essere concepito diversamente da come è stato fatto per secoli. Dimostrazione ne sono i Congressi mondiali delle Famiglie sopracitati, nati a metà degli anni Novanta dalle idee di Adam Carlson e Anatoli Antonov che attribuivano la responsabilità di un imminente crollo demografico al movimento femminista, agli aborti e ad altre istanze quali il divorzio e le unioni omosessuali. Più tardi vi sono subentrati gruppi religiosi e politici, per la maggior parte provenienti dalle destre europee, che, come nel caso di Verona nel 2019, si fanno convinti promotori del ritorno ad un concetto tradizionale di famiglia, escludendo la possibilità di un qualunque cambiamento. Ma perchè Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Simone Pillon, Luca Zaia, Lorenzo Fontana e Marco Bussetti (tutti esponenti di partiti della destra italiana) nel 2019, ma sicuramente perseverando nei loro intenti ancora oggi, hanno deciso di protestare contro una realtà che dovrebbe ormai essere normale e accettata? La diversità fa così tanta paura?

Articolo di Annalucia Gelmini della redazione Cassandra e di Rebecca Spadone della redazione Il Banfo