I morti di covid non parlano

32.785. Un numero, un numero come tanti altri almeno all’apparenza. 32.785 è il numero di vite che il Covid-19 si è portato con sé, che ha strappato alle famiglie che non hanno neanche potuto dare l’ultimo saluto al loro caro. È il numero. Un numero che abbiamo visto salire quotidianamente dal 21 febbraio e che purtroppo continueremo a veder salire ancora a lungo.

Il New York Times 3 giorni fa ha messo in prima pagina i nomi di quasi mille vittime del coronavirus, per “segnare una pietra miliare nella storia dell’epidemia”. Si è parlato di violazione della privacy e di gesto che può portare all’indignazione dei parenti… Dopotutto, stiamo parlando della testata giornalistica più famosa al mondo, e, forse, vedere un proprio familiare sbattuto in prima pagina può fisiologicamente creare risentimenti.

Abbiamo spesso paragonato la pandemia a una guerra, e questi sono i caduti; e chi è caduto per colpe non sue, per il “destino”, o per salvare delle vite, come molti medici e infermieri, deve essere ricordato e non può essere dimenticato. Il gesto del giornale a stelle e strisce, anche solo simbolico, è un passo per rendere omaggio a quel “numero”.

Noi italiani, però, abbiamo ridotto quel numero a misera e squallida propaganda politica. Quando credevamo che fosse ancora “una banale influenza”, abbiamo bistrattato, umiliato, offeso ogni singolo morto,  e di chi moriva si diceva “era un novantenne, era più di là che di qua”; e anche se fosse, è una vita che non conta? 

E abbiamo portato i morti in Parlamento, nel luogo più alto della politica, e li abbiamo citati, sia a destra che a sinistra, abbiamo usato quel numero per attaccare il governo, i presidenti delle regioni. Solo il 24 maggio, in Lombardia, governata dal buon Fontana, dove già pochi mesi fa era stata compiuta una grande operazione di ingegneria demografica, mettendo malati di Covid insieme a gente già molto fragile, “si sono dimenticati” di conteggiare i morti, come se fosse una cosa da niente, solo per poter far scrivere il bel titolo “zero morti”. Ma non è così, ogni singola unità di quel numero ha un volto, una famiglia, degli amici.

Ci sono i medici e gli infermieri che hanno salvato migliaia di vite, quelli che erano e sono definiti “eroi in prima linea” (come se dopo questa ce ne fossero altre), ci sono i poliziotti, i pompieri, i commessi dei supermercati, gli anziani delle tanto citate RSA. Ognuno, ogni singolo morto, ha una storia, e se potesse ce la racconterebbe. Però non è possibile, e hanno bisogno solo di essere lasciati in pace, di non essere più disturbati e utilizzati per mera propaganda.

Luca Carrozzino, Dragut – Genova