Del Doman Non V’è Certezza, Ma Forse C’è Speranza

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Un piccolo scorcio sull’evoluzione della nostra società ai tempi del Coronavirus

In questi ultimi pesanti mesi di crisi si è molto spesso sentito dire che l’emergenza coronavirus sia, a tutti gli effetti, senza precedenti nella storia. Per quanto questa affermazione sia di certo dubbia e mistificante se presa per il suo significato apparente, se considerata sotto un altro aspetto si può constatare come per certi versi essa sia in realtà vera: ciò che davvero contraddistingue la crisi del COVID-19 da tutte le altre pestilenze e pandemie non è tanto la velocità con cui si è diffusa, poco sorprendente visto il mondo globalizzato in cui viviamo, né tantomeno il tasso di mortalità, campo in cui l’Influenza Spagnola (23%) e la Peste Antonina (25%) la superano nettamente. La vera caratteristica che caratterizza questa pandemia è il contesto socio-culturale, l’epoca in cui è scoppiata. Per la prima volta, la causa ingenerante è pienamente naturale, checché ne dica qualche teoreta del complotto, e non una qualche guerra, terminata (come nel caso della sopra citata Spagnola, scoppiata fra gli ospedali e gli accampamenti militari al termine della Prima Guerra Mondiale) o ancora in corso (come la Peste Nera, che trovò terreno fertile fra le truppe mobilitate nel corso della Guerra dei Cent’Anni). Per la prima volta, la parte di mondo che si trova in prima linea a fronteggiare la pandemia non è in una situazione di conflitto: né la Cina né l’Europa sono sottoposte alle condizioni di guerra che tanto favoriscono il diffondersi delle malattie e l’igiene dei loro cittadini non è mai stata così avanzata. La comunità scientifica internazionale presenta un grado di coesione mai visto in precedenza e, per quanto non sia ancora svincolata dal controllo e dalla supervisione dei governi di appartenenza dei suoi membri, la comunicazione non è mai stata così aperta e proficua. Eppure, il contenimento non è riuscito, e quella che poteva essere una semplice epidemia regionale si è ora trasformata in una pandemia globale. Si dibatterà a lungo sulle ragioni, su cosa ha spinto i nostri governanti ad agire in quel modo, ma ciò che è certo è che con un evento del genere, negli anni a venire si distinguerà fra un prima, un durante e un dopo il Coronavirus, e specialmente per quanto riguarda la nostra società, che in molti sono concordi affermare cambierà per sempre. Partiamo allora dall’inizio, da prima dello scoppio dell’epidemia: sicuramente in tutti noi era presente un falso quanto pronunciato senso di sicurezza, che spingeva tutti gli strati della società civile a non prendere per nulla sul serio le notizie preoccupanti che fin da Dicembre ci giungevano dalla Cina. Erano le prime settimane di febbraio quando ancora la parola COVID-19 suonava straniera ai più, quando i problemi erano altri, quando le meme sulla guerra fra Iran e USA stavano iniziando a calare, quando “il Cinese” era l’appestato da evitare, respingere, ridicolizzare, e noi giovani iniziavamo ad assaggiare la nozione di un possibile congedo temporaneo dalle scuole. Il virus era però già in Italia da gennaio e la provincia cinese dello Hubei era già in completo lockdown, mentre la comunità scientifica internazionale lanciava gridi di allarme, spiegando che non si trattava di una semplice influenza. Le persone più giovani hanno avuto una reazione mista a queste prime notizie: da un lato, l’ultima pandemia (quella dell’HIV/AIDS finita nel 2011) era per i più giovani Millennial e più anziani della Gen Z un ricordo di gioventù, ma per noi studenti di scuola superiore a malapena una memoria sfuggente di qualche titolo su un giornale, di una conversazione dei nostri genitori; d’altro canto, la circolazione delle notizie così rapida dalla Cina lasciava intuire a molti di noi che tutto non stesse andando così bene come sembrava. La maggior parte di noi ha così fatto ciò che ogni giovane fa in questi casi e ha guardato all’esempio degli adulti, ignorando quindi le prime avvisaglie e godendosi l’inaspettata “vacanza” che come manna dal cielo ci era appena piovuta sulla testa: l’incoraggiamento delle generazioni più vecchie è stato fondamentale nel determinare le uscite di massa che si sono verificate nei primi giorni di marzo. La società arrogante, sicura di non poter cadere vittima della piaga orientale, determinata a difendere il proprio feudo e unità familiare e fieramente contraria ad ogni forma di imposizione del Governo sulla propria libertà personale, gonfia del suo falso senso di sicurezza, ha continuato a essere il nostro modello principale in tutti gli strati anche oltre i primi ordini di quarantena generale del 9 Maggio, ma con ogni nuovo decreto essa si è crepata e ha iniziato a collassare, lasciando un pugno sempre più ristretto di irriducibili, irresponsabili, scettici e menefreghisti a far da bastian contrari. Tutti gli altri entravano invece nella fase di transizione e venivano presi dal panico più assurdo: il senso di sicurezza veniva sostituito dal senso di smarrimento, di confusione, non sapendo più quale autocertificazione usare, se andare a visitare o meno i parenti, se uscire di casa o no: i supermercati e le poste presi d’assedio indicavano perfettamente come la nostra società avesse perso la propria egoistica fonte di certezza e non fosse ancora disposta ad affidarsi a nessun altro, tanto meno a Governo ed esperti, per la sua cura e protezione. Primi fra tutti i giovani, irregimentati con la nuova didattica a distanza in una nuova routine quotidiana, la nostra società ha piano piano superato l’iniziale crisi e ha completato l’evoluzione nella Società del COVID-19: il senso di sicurezza è sparito e la fiducia nel governo, patologicamente scarsa fra gli Italiani, è tornata ad aumentare; la componente più giovane ha subito trovato la sua nuova routine quotidiana, in numerose istanze collaborando attivamente con i professori e i presidi delle proprie scuole per trovare una soluzione che permettesse di non perdere il prezioso apporto culturale dell’insegnamento; si è riscoperto un senso di condivisione che spesso negli ultimi anni, fra crisi economica e instabilità politica, era rimasto sepolto sotto uno strato di cinismo e di incallito pessimismo: costretti a vivere insieme, abbiamo saputo fare della quarantena uno spettacolo come nessun’altra nazione, animando dai nostri balconi (o con le nostre storie Instagram*) le vite dei nostri prossimi; abbiamo rispolverato valori di altruismo e di abnegazione in verità tipicamente italiani, trovando nuovi modelli a cui aspirare negli eroici medici, infermieri e membri delle Forze dell’Ordine che hanno tenuto fede al loro giuramento e tuttora combattono in prima linea per garantire la sopravvivenza del nostro paese. Non sappiamo cosa ci aspetti alla fine di questa epidemia e come sarà la Società post-COVID-19, ma è certo che i cambiamenti radicali che abbiamo osservato lasceranno conseguenze durature nei mesi ed anni a venire, ma se i fattori che ho elencato poc’anzi sono una qualche indicazione riguardo al futuro, allora si può quasi essere tranquilli nel dire che la nostra evoluzione sia destinata a renderci migliori di ciò che eravamo prima.

*anche se a forza di venir taggato e pubblicare foto imbarazzanti non sono sicuro di arrivarci #FinoADomani. 

Iacopo Brini della redazione Claξon