Cronache di Casa Tua

È bastata la prima settimana di clausura per farti perdere il senso della realtà. Vivi un’eterna domenica preludio del più tragico lunedì dell’umanità. La sveglia non ha più ragione d’essere, il buon aroma del caffè del mattino ha gradualmente perso ogni attrattiva e anzi, al pari di una puerpera, lo trovi sgradevole, foriero di cattive notizie; tuttavia lasci che la moka penetri nelle tue narici e si stanzi nel tuo cavo orale. Non devi andare a lavorare, non devi andare a scuola, non puoi uscire, vivi solo. Allora chi cazzo ha preparato il caffè di domenica mattina? Mantieni gli occhi chiusi cercando di rimanere nel sonno, aggrappandoti all’illusione effimera che tutto sia normale, una confusione tra sogno e realtà che ti permette di tirare l’unico sospiro di sollievo della giornata. La camomilla della sera prima ti costringe ad alzarti. Apri mollemente un occhio, e provi un sottile piacere nel rompere la resistenza della cispa prodotta durante la notte. Cick, il primo è andato. Apri anche il secondo… l’operazione è più complicata del previsto: urge un aiuto manuale. Con il pugno chiuso, in barba alle vigenti regole sanitarie, strofini energicamente l’occhio colloso, che, liberato dalla secrezione ti permette di mettere a fuoco le enormi chiappe del tuo gatto che dorme sul tuo cuscino. Micro conato di vomito. Ti risvegli con l’odore che sarà d’ora in poi il leitmotiv della tua giornata: di merda. No, non è così. Non hai la benché minima idea di cosa voglia dire avere una vera giornata di merda, l’autocommiserazione è la scorciatoia dei codardi. Ringalluzzito dalla vergogna per i tuoi pensieri futili, schizzi in piedi, pronto ad affrontare una nuova, monotona giornata.

Quante volte hai sperato di poter avere un paio di giorni da passare in libertà? Restartene chiuso in casa al sicuro da ogni interazione sociale, a guardare un buon film o a prendere finalmente in mano quel libro di cui continuavi a rimandare la lettura per il poco tempo a disposizione? Ti immaginavi una goduriosa giornata relax, ma ora che le giornate relax stanno superando la trentina ti senti consumare dal tedio. Entri in bagno, squadri con stizza l’immagine riflessa nello specchio ticchiolato di dentifricio secco, e non puoi fare a meno di provare un certo disgusto. Guarda come ti sei ridotto, indossi lo stesso pigiama dalla prima settimana, e poi quei capelli… quanto tempo è che non li pettini? Senza il rapporto con gli altri sei regredito a uomo delle caverne, persino il cane stenta a riconoscerti e quando ti vede non scodinzola più. Ah, il cane, il miglior amico dell’uomo e… il tuo unico pass autorizzato per l’esterno. Infili la tuta sopra il pigiama, una felpona larga, scarpe da ginnastica decisamente “vissute” e via per l’isolato. 200 metri: ogni passo è circa un metro, quindi 200 passi e… dietrofront. Il cane, abituato ad andare al parco, ti rivolge uno sguardo deluso e di rimprovero, e per il disappunto piscia all’entrata del portone in segno di avvertimento. Ti dirigi in cucina e prepari la zuppa, e l’odore dei croccantini al salmone risvegliano in te il recente ricordo del gatto sul cuscino. Niente caffè per oggi, meglio un bel tè caldo.

Ti trascini armato della tua colazione in salotto (anche le stanze hanno perso la loro funzione originale: mangi e dormi ormai ovunque, solo il bagno ha mantenuto la sua identità) giusto in tempo per il primo notiziario.

Sullo schermo compaiono numeri, tabelle, grafici: il tuo tè di colpo diventa amaro. Gli ospedali traboccano di malati, il personale sanitario lavora senza sosta per giorni in condizioni durissime senza protezioni adeguate, richiamano addirittura medici dalla pensione per la scarsità di risorse umane di cui dispone il sistema sanitario. A migliaia hanno salutato i loro cari forse per l’ultima volta, prima di vederseli inghiottire nel sempre più affamato reparto “covid”, lontani da tutto e da tutti. Alcuni di loro moriranno soli, nel letto d’ospedale, attaccati ad un ventilatore, in stato comatoso, e non si accorgeranno di nulla (o almeno così ci si augura). Forse raggiungeranno un posto migliore, forse la loro energia vitale si trasformerà in qualcos’altro, o forse ancora sarà solo la fine di tutto…

Il mondo, sotto assedio, si è bloccato in un battito di ciglia. Le città deserte e silenziose, le occupazioni del giorno prima un ricordo congelato, immobile nel tempo. Gli obiettivi personali, resi vani da un’emergenza globale che ci rende tutti uguali… sicuramente nel cantare dai balconi nei vapori di un improvvisato nazionalismo. Ma poi siamo davvero diventati tutti uguali? La sentiamo questa fratellanza, questo senso di comunione con il prossimo? Il vicino extracomunitario che fino a ieri tutti guardavano con sospetto “cledendolo un untole” può dirsi accettato? Prenderesti volentieri un caffè con l’odiosa vicina che immancabilmente lorda il tuo terrazzo di briciole di pane quando scuote la tovaglia? Vai oltre, sporgiti dalla finestra e osserva quella schiera di balconi canterini. Cantano all’unisono una canzone frammentata, un ritornello salvifico che apre una breccia nei loro terrazzini-prigione, dando loro quel sentimento rassicurante di appartenenza ad un gruppo, esorcizzando la paura angosciosa della solitudine. Questo esasperato cameratismo ti fa riflettere sull’ipocrisia che si sta diffondendo nei quartieri. Possono cantare quanto vogliono, appendere migliaia di cartelli che recitano “andrà tutto bene” (questo futuro cosi inopportunamente certo… sarebbe meglio un bel condizionale: “potrebbe” andare tutto bene, sperando che non si tramuti in un “sarebbe potuto andare tutto bene”), ma di fronte all’ultimo pacco di farina sarebbero capaci di squartarsi dopo un’emozionante stallo alla messicana. Ognuno alla fine ha cura solo del proprio interesse personale. Non siamo uguali neanche nella paura, il genere umano è nato diviso, certa gente non riesce ad avere né empatia né considerazione per gli altri. Il menefreghismo dilaga sotto i nostri nasi, la disinformazione e l’ignoranza che portavano alcuni a definire il virus come “una banale influenza”, ora regalano episodi di grottesca ribellione alle norme di sicurezza, uno spavaldo rifiuto della realtà. Da quando la parola “assembramento” è entrata a far parte del vocabolario delle masse, alcuni, dopo averne con fatica appreso il significato, sembrano non poter più fare a meno di perpetrarlo. Riunioni clandestine, uscite di straforo, sgomitate nelle code ai supermercati all’insegna del “tanto a me non succederà niente”, imperversano nonostante la minaccia di dure sanzioni da parte dello stato.

Il tuo sdegno per queste situazioni muta in sgomento all’apparire delle immagini che ora scorrono sullo schermo: in un silenzio sospeso, corpi seminudi, supini o proni, attaccati a macchinari tentacolari rivelano un’umanità impotente, una battaglia ad armi impari.

Zap, tv chiusa.

Il mondo va a rotoli e tu non puoi far altro che guardare impotente. Fai parte di quella cerchia di popolazione a cui è stato chiesto di rimanere “segregato” per contenere il contagio.  la popolazione è stata, causa di forza maggiore, suddivisa in tre: quelli che devono stare a casa per limitare il contagio, quelli che sono richiamati a lavorare malgrado tutto perché servizio fondamentale alla società e quelli che salvano la società per missione e passione; tu appartieni alla prima fascia: tutto sommato sei un privilegiato a cui vien richiesto di non fare nulla o di agire il meno possibile… e tu sai che in questo non hai rivali! Ecco inizi ad essere più positivo, sei sempre stato competitivo e finalmente sai di avere il tuo posto assicurato sul podio del mondo.

È bastato un niente per infonderti la giusta carica (allora è vero che nelle tragedie si assaporano meglio i piccoli piaceri della vita!), senti che potresti fare qualunque cosa: anche scrivere un libro, anzi no, un diario di memoria che racconti questo momento e che serva da monito ai posteri. Potresti diventare famoso, leggerebbero di te nei libri di storia! Lo potresti intitolare “riflessioni di un uomo qualunque al tempo del coronavirus”. Immagini già l’esordio:

Gli italiani non vedevano di buon occhio i cinesi fin dagli anni 80, da quando, emigrando a occidente e insediandosi nel nostro bel paese avevano deciso di farci le scarpe con i loro bazar che, a prezzi contenutissimi, vendevano qualunque genere di consumo. La diffidenza con cui erano guardati culminò in un odio viscerale nel 2020, quando dalla lontana cittadina di Wuhan, che contava poco più di 11 milioni di abitanti, scoppiò un’epidemia che di lì a poco sarebbe divenuta globale. Nessuno conosceva realmente l’origine di questo agente patogeno. Numerose ipotesi vennero elaborate: sfuggito per un tragico errore da un laboratorio, trasmesso da un animale esotico, creato per essere un’arma batteriologica. Il virus sarebbe giunto fino a noi grazie ad una migrazione massiccia di pipistrelli. La teoria più accreditata, condivisa da migliaia di guru del web che vedevano oltre le menzogne dei temuti “poteri forti”, indicava tuttavia che l’origine fosse da ricercarsi non nella fin troppo ovvia Cina, bensì nell’insospettabile Italia. Fu verso la fine del febbraio dello stesso anno infatti che si venne a conoscenza dell’esistenza di una misteriosa cittadina lombarda chiamata “Codogno”, vero epicentro dell’epidemia. Caratteristica principale dei suoi abitanti era una voglia irrefrenabile di viaggiare per il mondo, tratto che si rivelò fondamentale per la propagazione del virus. Essendo impossibile distinguere un cittadino di Codogno da uno “normale”, lo Stato Italiano non riuscì a isolare gli untori e cadde in ginocchio nel giro di poche settimane. Per evitare il rapido diffondersi del contagio il premier Giuseppe Conte, con delle misure straordinarie, decretò la chiusura delle scuole di ogni ordine e grado. Poi si accorse che le persone continuavano a raggrupparsi in discoteche, bar e palestre e quindi, con misure ancora più straordinarie, chiuse pure quelle. Poi fu la volta dei parrucchieri (E questa fu la vera livella). Progressivamente tutte le attività ritenute non indispensabili vennero chiuse, e l’Italia intera venne messa in quarantena, guardata con sospetto dal mondo intero. Il problema fu che Conte comunicava i decreti in televisione solo dopo la mezzanotte, precludendone l’ascolto ad una larga fascia della popolazione, che veniva a conoscenza delle nuove restrizioni in differita. Fu necessario munirsi di autocertificazioni per poter uscire di casa: queste cambiavano di pari passo con il divenire dei decreti, confondendo i cittadini che possedevano immancabilmente quella del giorno prima. Il panico iniziò a dilagare. Si prospettava un periodo drammatico, l’unica certezza era che il paese ne sarebbe uscito mal vestito, spettinato e con la ricrescita nei capelli…

Hai finalmente trovato un’alternativa al dialogo fin troppo logorroico che avevi instaurato con l’inquilino che vive dentro di te, la tua personalissima terapia anti-stress, hai la delirante sensazione di aver messo ordine nella tua vita grazie ad un’occupazione così nobile come la scrittura.

Caspita, tutto questo ordine mentale ti ha fatto dimenticare che la cambusa sta languendo: un salto al supermercato sistemerà la faccenda.

Impugni autocertificazione e mascherina, esci dal portone, giri l’angolo in direzione supermercato e già scorgi la chilometrica fila che serpeggia dinoccolata tra i palazzi: la raggiungi ripetendoti il mantra “sono rilassato, tanto non ho nulla da fare oggi, posso pure stare 4 ore in coda”. Il tempo passa, ogni tanto le porte scorrevoli rigurgitano sulla strada carrelli stracolmi spinti a fatica da figure mascherate. Non puoi fare a meno di sbirciarne il contenuto, e dopo aver osservato il sesto carrello ti rendi conto che la gente fa incetta principalmente di farina, pasta, passata di pomodoro e latte in quantità industriali. Temi che quando sarà il tuo turno rimarranno solo i dadi da brodo.

Le porte si spalancano di nuovo, questa volta per accogliere te. All’interno altri 4 avventori si aggirano come squali affamati per gli scaffali, lanciandoti occhiate sospettose: il tuo arrivo li ha disturbati nel momento topico della loro caccia, devi cercare di tenere un profilo basso per non essere percepito come un rivale. Primo punto della lista è… ti sei talmente distratto a guardare i carrelli degli altri che ti sei dimenticato quello che dovevi comprare. Poco male, decidi di improvvisare. Pasta! Quella serve sempre. Ti fiondi nel reparto districandoti tra ciò che i precedenti avventori hanno risparmiato. Di penne rigate non ce n’è nemmeno l’ombra, restano solo spaghetti col diametro di un tubo di stufa, pastina da brodo e qualche altro formato di pasta di cui ignoravi l’esistenza. È la dura legge della natura, a volte bisogna accontentarsi di racimolare gli avanzi. Getti nel carrello un pacco di paccheri lisci che non hai idea di come condire e uno di spaghetti XXL, sperando in cuor tuo di non strozzartici. Passi al reparto conserve: stavolta ti farai furbo. Con uno scatto felino agguanti mezza dozzina di passate di pomodoro marca pistola, una maxi confezione da 2 Kg e mezzo di fagioli corona, e un barattolo di peperoni sottaceto. Ora ti serve qualcosa con cui fare scarpetta: via verso il reparto pane! Troppo tardi, sullo scaffale giace una pagnotta rinsecchita di pane di segale che per la disperazione infili nel carrello. Non si torna indietro. Frutta e verdura: prendi quello che trovi. Cibo per animali: quello stranamente c’è sempre. Il cuore ti si riempie di gioia quando riesci a mettere le mani su una confezione di uova; sono uova di quaglia, carissime è vero, ma se ne acquisti almeno tre confezioni riuscirai a farti una dignitosa frittata.

Ti dirigi verso le casse, quando l’occhio ti cade su uno scaffale del latte: sei sul punto di accaparrartene 3 confezioni (18 bottiglie!) in un raptus vorace, quando ti sovviene che dall’età di 8 mesi sei allergico alle proteine casearie, e per un’associazione di idee ti ricordi di aver dimenticato di acquistare la carta igienica. Corri al reparto sanitari, il cuore rigonfio di speranza, immagini già il momento in cui abbraccerai il pacco di carta bibula “3 veli di morbidezza, 5 km di lunghezza”: vieni bruscamente riportato alla realtà dalle imponenti pile di carta “intasa-cessi ultra ruvida color pidocchio”. Con un groppo in gola ripieghi sui fazzolettini di carta 2 veli: rischierai ugualmente di intasare il wc, ma almeno non ti procurerai abrasioni da centro ustioni.

Rientri a casa talmente tardi che ormai l’orario del pranzo coincide con quello della cena. Rifocilli cane e gatto e metti su l’acqua. Butti tre paccheri di numero delle dimensioni di un manicotto di salvataggio per bambini, che basterebbero a saziare una squadra di football. Dopo cena ti riversi esausto sul divano. Accendi la televisione e fai zapping cercando un film che ti tenga sveglio almeno fino alla mezzanotte: stasera non vuoi perdere la diretta del presidente del consiglio, che dalla sua “Conte-caverna” veglia sui cittadini indifesi; le sue calde parole dal tono greve e monocorde ti accompagnano tra le braccia di Morfeo. Ti addormenti con l’immagine del suo sorriso beffardo: anche oggi sei riuscito a perdere la diretta.

Pier Luigi Tolu della redazione La Voce del Leo