Commento Notte degli Oscar 2021

Il 25 aprile si sono tenuti gli annuali Academy Awards. 

Per la seconda volta in novantatre anni, il premio alla miglior regia va a una donna, Chloe Zaho, per “Nomadland”, lungometraggio lento ma dalla cinematografia mozzafiato, che vince anche il premio al miglior film. La star Frances Mcdormand porta a casa la sua terza statuetta per la miglior attrice protagonista e, a ottantatre anni, Anthony Hopkins diventa l’interprete più anziano a ricevere il premio al migliore attore protagonista (il secondo Oscar, dopo “Il silenzio degli innocenti” nel ’95) per “The Father”, di Florian Zeller, che si aggiudica anche la miglior sceneggiatura adattata. 

I migliori attori protagonisti sono Yoon Yeo-jeong per “Minari”, cronaca del sogno americano firmato Lee Isac Young (tra l’altro prima attrice sudcoreana ad aggiudicarsi la statuetta), e Daniel Kaluuya per “Judas and the Black Messiah”, film di Shakah King sulle vicende del leader del Black Panther Party Fred Hampton. 

L’Oscar al miglior film straniero va al danese “Another Round” di Thomas Vinterberg, di cui un remake statunitense è già in produzione. 

Tra gli altri film in concorso, “Mank, l’elegante ritratto della vecchia Hollywood”, di David Fincher, dopo dei disastrosi Golden Globes, è riuscito ad aggiudicarsi i meritatissimi Oscar alla fotografia e alla scenografia; “Promising young woman”, di Emerald Fennell, vince per la miglior sceneggiatura originale; Darius Marden con “Sound of metal” porta a casa l’Oscar al miglior montaggio e al miglior sonoro e “Tenet”, firmato Cristopher Nolan, vince solo per i migliori effetti speciali.

La produzione Pixar Animation Studios “Soul”, diretto da Pete Docter e Kemp Powers, ha vinto come miglior film d’animazione e migliore colonna sonora, mentre il premio alla miglior canzone originale è andato a “Fight for you” di H.E.R., da “Judas and the Black Messiah”.

Ma “Rainey’s black bottom” di George C. Wolfe vince l’Oscar grazie ai migliori costumi e al miglior trucco, mentre il miglior documentario è “Il mio amico in fondo al mare”, di Pippa Ehrlich e James Reed. 

Il miglior cortometraggio è “Two distant strangers” di Travon Free e Martin Desmond Roe, il miglior corto documentario è “Colette” di Anthony Giacchino e il miglior corto d’animazione è “Se succede qualcosa, vi voglio bene” di Will McCormack e Michael Govier. 

Niente è stato ordinario in questa novantatreesima cerimonia degli Academy Awards. Dalla data posticipata al luogo in cui si è tenuta (spostato dallo storico Dolby Theater ad una caserma riadattata), questa è stata un’edizione inedita. 

I film in concorso quest’anno, tutti privi dei canonici fronzoli hollywoodiani, forse non saranno ricordati come grandi classici, ma hanno ripreso quella funzione del cinema di trasmettere, di rispecchiare, di andare oltre all’intrattenimento. Dalla resilienza nomade che Chloe Zaho ha portato sullo schermo con il suo “Nomadland”, alla vendetta al femminile nel sagace “Promising young woman”, quest’anno hanno concorso all’Oscar solo film forti, vivide rappresentazioni o di realtà poco conosciute o di realtà che andrebbero ricordate. 

Probabilmente non sono i migliori film del secolo, ma di certo, se non saranno ricordati, saranno ricordate le persone che ci sono dietro, che, quest’anno più che mai, hanno fatto i film per fare il Film. Sono stati il sintomo di un mondo che si riprende e dei cambiamenti sociali in corso, ma soprattutto hanno provato che l’arte non può fermarsi, perché abbiamo bisogno di esprimerci. 

Quest’anno ha vinto la diversità e credo che dovremmo esserne grati.