Breve storia ad anello della religione: come stiamo tornando al punto di partenza

Fin dall’alba dei tempi l’essere umano ha sentito il bisogno di credere in un dio, tanto che le prime tracce dell’uomo ritrovate sulla Terra sono rivolte al sacro. Anche quando non esisteva ancora una vera e propria religione, l’uomo primitivo temeva e venerava le forze della natura, ne cercava il favore ed offriva loro tributi, come le imponenti costruzioni megalitiche che ammiriamo tutt’oggi. In questo modo esprimeva la sua meraviglia per i misteri del mondo: il susseguirsi delle stagioni, l’abbondanza offerta dalla natura, tutto ciò​ ​che gli permetteva di vivere, rimanere estasiato della grandezza del cielo stellato e dell’energia che pervade il Tutto.

Si può dunque affermare che il senso religioso affonda le sue radici all’origine della condizione umana e che questa pre-religione ha messo in evidenza una connessione tra le forze della terra e del cielo, creando così un legame che è rimasto profondo evolvendosi nelle infinite diverse civiltà che nel corso della storia hanno avuto infinite diverse religioni. Nonostante la loro straordinaria eterogeneità, tutte hanno sempre avuto in comune il loro senso profondo di rispondere ai bisogni più intimi dell’uomo, di dargli conforto dalle sue paure ancestrali, di spiegare ciò che va oltre i limiti dell’esperienza umana, di colmare il divario tra ciò che l’uomo vuole e può fare. La fede in un credo, qualunque esso sia, è stata fondamentale per costruire l’identità dell’uomo nella storia, ha rappresentato da un lato uno strumento di integrazione sociale, che creava un senso di appartenenza ad una collettività unita, dall’altra la causa legittimante di infinite guerre, disparità sociali, persecuzioni, estremismi.

Dunque, per quanto differenti possano essere, le religioni sono tutte state il comune denominatore dell’umanità, ed è chiaro che non esista cosa più umana del credere in un dio.
Per molti millenni le civiltà arcaiche, come ad esempio quelle precolombiane dei Maya, Aztechi e Inca, hanno mantenuto quasi tutte le caratteristiche della religione primitiva. Essi infatti professavano un credo dal carattere esoterico, che comprendeva la fede nella magia e nell’astrologia, ma soprattutto la venerazione degli elementi naturali. Col passare dei secoli quest’ultima ha dato origine alle prime vere e proprie religioni politeiste, in cui il Sole, il Cielo e la Terra sono diventate le divinità antropomorfe dei Sumeri (che evidentemente non solo con l’invenzione della scrittura hanno segnato il confine tra preistoria e storia), dei Babilonesi, degli Ittiti, ma anche della millenaria civiltà egizia.

Successivamente nella civiltà greca le divinità persero le loro fattezze animalesche o il loro riferimento agli elementi naturali per far spazio a quel palcoscenico di dei, semidei ed eroi che costituiscono l’amplissimo repertorio della mitologia classica, fatta di esseri immortali sempre più simili all’uomo, imperfetti, capricciosi, capaci di dominare la scena umana e di imporre la propria volontà onnipotente. L’aspetto più importante che la religione instaurò nella società greca fu il principio di Giustizia, insieme al concetto di civiltà degli “uomini che mangiano pane” (e quindi stanziati in un territorio e capaci di coltivare). La religione fu anche il principale elemento di identificazione culturale per i Greci, i quali, sebbene fossero molto gelosi dell’indipendenza delle proprie pòleis, si sentivano parte di un’unica cultura quando si riunivano per i giochi e le feste in onore degli dei. Proprio il suo valore collettivo rese la religione l’istituzione fondante della cultura più che un credo da rispettare solo in quanto tale, allo stesso modo in cui noi Occidentali festeggiamo il Natale a prescindere dalla fede in Cristo. Quest’interpretazione laicizzata del culto si conservò anche nella società romana, che assimilò il Pantheon greco e lo rese simbolo dei propri usi e costumi. Nonostante il valore della ​religio​ (e quindi della cura e del timore nei confronti del sacro) fosse comunque molto sentito, la religione romana può essere definita “sociale”, cioè praticata dall’uomo in quanto membro di una comunità, il cui scopo è garantire il bene della Res Publica e la ​pax​, mediante l’osservanza delle tradizioni religiose da parte di tutti.

La crisi dell’Impero romano, oltre agli sconvolgimenti politici, segnò anche la fine delle religioni politeiste classiche, e proprio grazie all’omogeneità culturale di un territorio così vasto il Cristianesimo, nell’arco di tre secoli, riuscì a diffondersi e a diventare l’istituzione più potente dell’Occidente, dominando la scena politica e la vita degli uomini per oltre un millennio. La religione cristiana è stata la principale protagonista del Medioevo, passando​ ​in poco tempo dall’essere tollerata all’essere l’unica legittima fede che condannava ogni altro credo. Lo Stato Pontificio divenne il più influente d’Europa, capace di assoggettare alla propria autorità morale ogni ambito della vita. In quest’epoca la religione non rappresentò più uno degli elementi di identificazione culturale di uno stato, ma assunse il monopolio della cultura, e per via delle ingenti ricchezze che possedeva fu in grado di venire a coincidere con lo stato stesso.

Ma come siamo passati dal totalitarismo religioso all’uomo moderno, che sembra non aver più bisogno di Dio?
Durante il Medioevo il potere dello stato pontificio fu messo in discussione diverse volte ma non fu mai sradicato. Dopo oltre un millennio di dominio della Chiesa , si accese inizialmente nel nord Europa un desiderio di emancipazione dall’indottrinamento cattolico e dalla corruzione in cui la Chiesa era precipitata per la sua avidità di potere. Questo processo di scristianizzazione iniziò con la riforma protestante e finì con l’Umanesimo e l’Illuminismo, che portarono ad una rivalsa della ragione e del pensiero critico libero dai dogmi religiosi. Nel Settecento la religione passò in secondo piano rispetto alle straordinarie novità della scienza, della politica e dell’arte, introdotte dalla riscoperta delle capacità dell’uomo, il quale iniziò a riacquistare fiducia in se stesso ed avere un ruolo attivo nella propria vita. Tuttavia il Cristianesimo non fu abbandonato, solo pochissimi dotti si ritenevano atei, e nemmeno tutti quelli che oggi riteniamo i più importanti per il progresso scientifico (gli stessi Galilei e Newton erano credenti), la maggior parte dei cittadini continuò a professare la religione cristiana; il valore aggiunto in epoca illuminista fu la tolleranza religiosa, la libertà di culto e la scissione tra mondo ecclesiastico e mondo laico, senza che l’uno escludesse l’altro.

Questi valori hanno permesso di costruire un mondo moderno in cui ogni uomo è libero di trovare il proprio personale equilibrio con la fede, ha il diritto di professare qualunque credo o di non professarne nessuno. Secondo uno studio globale del Pew Research Center, nel 2012 il 16​% della popolazione mondiale non segue alcuna religione, contro l’84% dei credenti e praticanti. In Asia ed in particolare in Cina, gli atei e gli agnostici risultano essere la maggioranza; questo dato è giustificabile sia se si pensa ai paesi dall’ex o attuale regime comunista, sia per il fatto che le scuole atee sono nate nelle prime forme del pensiero e della filosofia indiana. Invece l’ateismo occidentale, sebbene affondi le sue radici nella filosofia dei presocratici, è riuscito ad affermarsi solo negli ultimi anni e ad oggi, secondo un’altra ricerca del Pew Research Center, il 18% della popolazione europea non è religiosa, il 72% è cristiana e il 2% musulmana. Nei diversi paesi le percentuali non sono sempre le stesse: in Repubblica Ceca e in Estonia gli atei sono in maggioranza, mentre l’Italia, insieme a Romania, Grecia e Polonia, è uno dei paesi in cui la maggior parte della popolazione è credente. Naturalmente anche all’interno di questi paesi esistono punti di vista discordanti, specialmente tra persone di età diverse. Quindi, ​quali sono le idee dei giovani sull’argomento e quali differenze li separano dalle vecchie generazioni?

Negli ultimi anni prende sempre più piede la tendenza dei giovani a ristabilire un contatto con la natura e a riavvicinarsi alle origini dell’umanità. Sicuramente la lotta al riscaldamento globale coinvolge molto i ragazzi e li spinge ad adottare uno stile di vita più ​green, a​ ll’insegna di un equilibrio con la Madre Terra, in molti ambiti della propria vita: l’alimentazione, i modi di spostarsi, la consapevolezza in quanto consumatori… Anche la sfera spirituale non manca di essere influenzata da questo movimento di “ritorno all’origine”, che, insieme all’influsso, avvenuto con la globalizzazione, di antiche discipline orientali per noi nuove, come lo yoga o la meditazione, indirizza i giovani verso un tipo di credo che appare moderno ai nostri occhi europei. Molti lo definiscono il “credere nell’Universo”, che sembra riavvicinarsi a quella fede nell’ordine del Tutto che caratterizzava l’uomo primitivo, il quale non aveva una divinità precisa da venerare ma sapeva che incidere la figura di un animale dentro una caverna lo faceva sentire più vicino al catturarlo. Per l’appunto, uno dei princìpi fondanti di questo credo è la legge dell’attrazione, cioè la regola secondo cui l’Universo cospira affinché ognuno possa ottenere ciò che desidera intensamente. Questa dottrina più che una religione è uno stile di vita, un vero e proprio atteggiamento da adottare nei confronti degli eventi, per cercare di interpretare i messaggi dell’Universo. La natura, per troppo tempo maltrattata dall’uomo, torna ad essere oggetto di preghiere e gratitudine, poiché la si ritiene origine di ogni cosa accaduta finora, che, buona o cattiva, sicuramente rappresenta il meglio se l’Universo lo ha voluto; soprattutto diventa una fonte di ammirazione per l’uomo, come se egli avesse un esempio da cogliere in ogni singolo fiore. Lo scopo di una vita all’insegna di questo credo non è apparire giusti agli occhi di un dio ma solo ai propri, per questo si viene spinti a dare un senso all’esistenza seguendo passioni e aspirazioni personali per raggiungere la felicità. A questo si aggiunge la capacità di avere un atteggiamento positivo nei confronti di tutti, di saper accettare quello che non si può cambiare, avendo fiducia nell’Universo, ma soprattutto la certezza che facendo il bene si riceve il bene e la consapevolezza della propria responsabilità nella negatività che ci circonda, per fare ogni giorno in modo che svanisca compensata dal bene.
Questi ideali sembrano prendere ispirazione dal Buddhismo, quindi non da una religione ma da una filosofia, il cui scopo è aiutare le persone a credere nella propria forza e nel fatto che tutto ciò che serve per essere felici è dentro di noi. La vita di coloro che credono nell’energia dell’Universo dall’esterno appare dedicata all’amore verso ogni creatura della natura, all’aiuto verso il prossimo e alla continua ricerca della propria strada attraverso il bene trasmesso al mondo. Basta poco per comprendere che questa devozione è il fine di tutte le religioni, e quindi non conta l’esistenza o meno di un dio (che si chiami Dio, Allah, Buddha, Universo…) quanto in realtà il suo rispondere al semplice bisogno umano di dare e ricevere amore.

Dunque sarebbe bello spiegare ai nostri nonni che i giovani che non vanno più a messa non si sono necessariamente allontanati dai princìpi di vita cristiani, poiché le norme di vita che seguono non dipendono da una fede religiosa ma dal senso di responsabilità personale. Anzi, probabilmente oggi i ragazzi continuano ad interpretare e riassorbire in maniere diverse gli stessi valori, con il medesimo scopo di essere le persone migliori possibili.

Gaia Faiella