Addio Mondo

Foto di Anna Cameruccio

Mi sveglio. La prima entità umana che i miei occhi mettono a fuoco sei tu. Che strana sensazione! È la prima volta che ti vedo, eppure so tutto di te. Tutto perfetto e meraviglioso tranne che per un dettaglio: sei tu uno dei tanti artefici della mia disgrazia, o meglio, della tragedia che coinvolgerà l’umanità futura. Questo, però, ancora non lo sai. In verità, sei consapevole, in un profondo recesso del tuo inconscio, dei deflagranti effetti delle tue azioni, ma ti accingi ostinatamente a ignorare la realtà dei fatti. Di cosa mi stupisco? Dopotutto sei un criminale come altri: ti rifiuti di ammettere la gravità dei tuoi atti, negando l’evidenza. Ecco perché sono qui: per mostrarti ciò che l’esiguità della tua consapevolezza e lungimiranza ti impediscono di vedere. Io sono morto. Tutto ciò che è rimasto di me è l’anima. Il mio corpo è stato incenerito dalle fiamme di uno dei tanti incendi che hanno contribuito a devastare il nostro pianeta. Nessuno mi può vedere, toccare e sentire. Eppure, nonostante non appartenga più fisicamente a questo mondo, ho ancora la speranza di non incorrere nel destino che ha decretato la fine di tutto, compresa la mia. Il paradosso è che questa speranza sei tu, uno dei miei tanti carnefici. Tu ed io possiamo collaborare per contribuire alla salvezza di questo mondo. Sarà un’impresa ardua focalizzare la tua attenzione sui terribili sviluppi futuri delle tue azioni, distogliendola dai vantaggi materiali che tu allo stesso tempo puoi trarre da esse; ma non ho altra scelta: solo così potrò rinascere come se non avessi mai dovuto pagare il pegno dell’egoismo dei miei antenati. Come se non avessi mai vissuto la morte di mio figlio e quella di mia moglie per inedia e disidratazione. Come se non avessi mai visto persone perire una dopo l’altra per un’epidemia. Come se ogni cosa non avesse mai perso il proprio colore naturale per assumere quello della cenere. Ti guardo mentre nel tuo ufficio lussuoso e luminoso lavori al computer all’ultimo dei tuoi progetti. Ovviamente non ti preoccupi del costo ambientale che ne seguirà. Dopo tutto ci sono tanti alberi sulla terra: qualche albero in più, qualche albero in meno, che differenza fa? Quanto vorrei che tu adesso potessi sentirmi e vedermi nel mio corpo ustionato! Ti mostrerei, in tutta la loro atrocità, le conseguenze della tua noncuranza. Non immagini quanto sia veemente il mio desiderio di interferire con la tua lineare quotidianità per rendere manifesto ciò che la tua cecità mentale t’impedisce di notare: la presenza dell’anima di un morto che, in nome dell’umanità futura, ti sta giudicando con ribrezzo e rancore. Calma, però: non sono venuto nel tuo ufficio per vendicarmi, ma per ristabilire la sorte. Senza di te non posso raggiungere tale obiettivo. Io sono prigioniero delle tue azioni. Interrompi il tuo lavoro e sorseggi dell’acqua da una bottiglia di plastica. Solo questa immagine risveglia in me tanti ricordi dolorosi. Penso agli immensi bacini marini diventati discariche e alle innumerevoli vite perse per i veleni con cui la tua generazione ha contaminato ogni cosa. Le persone come te non hanno agito in nessun modo per assumersi le proprie responsabilità e aiutarci con le ricchezze di cui disponevano; anzi, hanno dato ancora più prova del loro egoismo sfruttandole per proteggere se stesse, mentre noi morivamo uno dopo l’altro. Tu e quella bottiglia di plastica meritate solo il mio disprezzo. Così prosegui la tua giornata incurante. Non sai che io ti sto seguendo in ogni tua mossa, aleggiando tra i vivi. Arriva finalmente la sera, arriva il momento che stavo aspettando con tanta trepidazione: quello in cui sprofondi tra le braccia di Morfeo. Adesso mi puoi vedere. Solo nel sogno tu ed io possiamo 

comunicare. Solo quando ti abbandoni alle emozioni più recondite del tuo inconscio, ti è possibile vedermi e sentirmi. Infatti, non c’è più il divario tra morte e vita a separarci. Siamo entrambi materia onirica, anche i nostri apparenti corpi. Ho assunto l’aspetto che avevo prima di essere bruciato dalle fiamme. Penso che non sia molto saggio terrorizzarti e farti svegliare subito, mandando a rotoli una delle poche opportunità che ho di farti rendere conto degli errori che stai commettendo. Siamo uno di fronte all’altro. Attorno a noi vedo solo immagini confuse che mi è impossibile mettere a fuoco e definire. Significa che la tua attenzione è così focalizzata su di me che la tua mente non ha elaborato un ipotetico luogo che faccia da sfondo alla scena che stai sognando. Tuttavia, poiché sei immerso nel sonno, possiedo il parziale controllo delle tue visioni oniriche e ho la prerogativa di scegliere dove condurti. Non è, però, giunto ancora il momento giusto. Devo prima risvegliare i tuoi i rimorsi e il tuo timore in modo lento e graduale. Mi chiedi chi sono. Eccoti la risposta: – Sono nato e morto nel futuro. Il mio nome? Giovanni. Come il santo dell’Apocalisse. Tanto ti basti. Non sforzarti di ricordare qualche conoscente con questo nome e aspetto, perché è la prima volta che mi vedi. Io, però, so chi sei: sei uno dei miei assassini. – Futuro? Assassino? Cosa diavolo stai farneticando? Chi sei, io non ti ho mai visto in vita mia! – urli tra lo sconcerto e il disgusto. Io non rispondo stavolta: con le parole non ti dimostrerò niente. È ora di farti vedere cose che la tua mente ignara non osa neanche immaginare. Ti mostro la tua città circondata da mura di metallo che la separano dal deserto di sabbia circostante. Ti faccio camminare in mezzo ai campi di grano abbandonati e in quelli addirittura inceneriti dalle fiamme. Ti porto nelle strade vuote delle più grandi megalopoli e davanti ai palazzi che vanno a fuoco per i frequenti incendi cagionati dall’aumento di temperatura. Ti mostro i villaggi distrutti, gli ospedali colmi di malati, le fosse comuni piene di cadaveri e le città costiere inondate. Ti faccio assistere ai litigi tra le persone nei supermercati sforniti di cibo e alle frequenti irruzioni di gente disperata e affamata nelle case altrui. Tu non pronunci parola, ma dopotutto cosa potresti mai dire a tua difesa? Hai sempre negato la realtà dei fatti, perciò adesso, di fronte all’evidenza non sai più come giustificarti, non ti resta che tacere. Per tutta la notte ti tormento con le visioni di quello che ho patito io, fino al tuo risveglio. Dopo esserti completamente destato dal sonno, ti fermi a fissare, come in trance, il tuo riflesso sullo specchio di fronte a te. Cerchi di riprenderti come in seguito a stati banali incubi notturni. In realtà non ho mai preteso che tu ti trasformassi già dopo la prima notte. Sono sempre stato conscio della difficoltà di questa impresa. Non desisterò perciò dal mio proposito, anche perché arrendersi significa condannare la mia vita e l’intera esistenza umana a una fine ineluttabile. Io e le mie disgrazie compariamo per sette notti consecutive nei tuoi sogni, tormentando la tua povera ignorata coscienza. Giorno dopo giorno, diventi sempre meno concentrato sul lavoro e sempre più irascibile e taciturno. Sei diventato paranoico: a volte, nell’intimità di casa tua o quando sei solo nel tuo ufficio, ti guardi attorno con aria sospetta, come se ti aspettassi di vedermi. Povero sciocco! Pensi che mi piaccia trascorrere con te ogni secondo delle tue giornate? Ammetto che nutro un perverso piacere nel vederti sempre più depresso a causa mia, ma più mi faccio spettatore della tua vita agiata, più si acuisce il mio rancore nei tuoi confronti. Tuttavia, se ti comporterai come ho previsto, questo sacrificio mi apparirà solo uno sforzo futile rispetto alla ricompensa che ne deriverà. Finalmente arriva il momento fatale: quello in cui un solo gesto dimostrerà se la mia caparbia invasione dei tuoi sogni ti ha cambiato oppure no. Sei in una sala conferenza. I tuoi colleghi, altri signorotti in giacca e cravatta, hanno tutti lo sguardo proiettato su di te: stanno aspettando con impazienza che tu firmi le ultime carte per confermare la costruzione del quartiere residenziale: 

grattacieli, centri commerciali, infrastrutture,… Non manca nulla. Tutto il futuro dell’umanità dipende dalla penna che stringi in mano. Stai esitando. Più indugi, più accresce la ferocia con cui la speranza e la paura pervadono il mio animo. Pochi attimi ancora di odiosa esitazione ed incertezza. L’atto fatale è così repentino che non ho nemmeno il tempo di reagire emotivamente: la penna ti cade di mano e un sussurrato “Non posso…” mi giunge alle orecchie prima che il tempo ci separi definitivamente. 

Mi sveglio in un deserto di sabbia. Non è cambiato niente. Il mondo è ancora come l’ho lasciato. Sono di nuovo un’anima sola e raminga. Non vedo mia moglie. Non vedo mio figlio. Non vedo esseri viventi. <<Ben tornato>> mi sussurra una voce familiare alle mie spalle. Mi volto istantaneamente e mi trovo di fronte a quel maledetto Diavolo. Il suo volto, nonostante la perfezione dei connotati, è terrificante. Tuttavia la mia rabbia calpesta ferocemente l’inquietudine che mi ha sempre infuso quell’essere esecrabile <<Maledetto! Me l’avevi promesso!>> gli urlo adirato. <<Ti avevo promesso che, se avessi compiuto la tua missione, il mondo sarebbe stato salvo e tu saresti ritornato alla vita, ma ho dimenticato di aggiungere un dettaglio: altre anime avevano ricevuto da me lo stesso compito, ma loro, contrariamente a te, non sono riuscite nell’intento.>> mi risponde. Il mondo non può ritornare alla vita se solo una persona riconosce i propri peccati. Pensavo che fosse ovvio: voi umani dovevate cooperare per salvare il vostro pianeta. Mi dispiace, ma avete sprecato tutte le vostre opportunità, non avrete più un mondo a cui appartenere. È finita.

Giulia De Filippis, Claξon, Bologna.