A dieci lire dalla libertà

Silenzio intorno. Solo lei. Ascende caprioleggiando arditamente in aria, fendendola, emettendo sibili acuti. Misteriosa bellezza, cattura l’attenzione degli occhi. Ogni tanto proietta intorno a sé lampi brillanti, bagliori che offendono un poco la retina; un attimo di smarrimento, di momentanea cecità al termine del quale si ricerca la Sua confortante immagine. Ora rallenta, il tempo si dilata mentre raggiunge l’apice del suo percorso profetico. Si ferma a mezz’aria per un istante interminabile, poi si tuffa portando giù con sé il segreto responso. Basterebbe allungare un braccio per appropriarsene, per uscire dal vuoto cosmico del dubbio che lo divora. Ancora poco. La tensione è alle stelle. Con gesto rapace la mano tribolante si avventa su di lei, avvinghiandola nella sua morsa. Sballottata, viene scaraventata sulla dura superficie prima di venire liberata dalla violenta prigionia. Il vaticinio è rivelato: vince l’abbigliamento casual.

Ripongo la fida monetina nella tasca a lei dedicata, fiero ancora una volta della decisione che mi ha indotto a prendere. Non fraintendetemi, sarei stato ugualmente soddisfatto sia che fosse uscita testa che croce. Davvero, a me non potrebbe importare di meno sapere quello che dovrò indossare, mangiare, la strada che dovrò prendere, la tazza con cui farò colazione, il libro da leggere. Dio, ma cosa cambierebbe se abbinassi la camicia azzurra ad una cravatta a righe piuttosto che a pois? Ve lo dico io cosa cambierebbe, un bel fico secco! Non sarebbe forse migliore il mondo se si potesse fare a meno di ritrovarsi costantemente divisi tra opzioni opposte, se venissimo sollevati dall’onere della decisione? Parola spaventosa, ignobile, nefasta. Volevano attribuirmi la responsabilità delle mie scelte solo perché sono dotato di libero arbitrio? Ebbene, eccovelo qui il mio libero arbitrio. Questa moneta così cara e lucente, algido metallo che tesse le fila del mio destino, sicurezza tra le dita nell’affondo della mia tasca. La mia consigliera agisce secondo la legge del caso, eppure conosce sempre il sentiero da percorrere. Quando mi trovo di fronte ad un bivio mi basta farla roteare in aria e il mondo è in mio potere, divengo libero dalle mie inibizioni, affidandomi completamente alla Sua volontà. Talvolta, quando mi trovo in compagnia o in pubblico, me la rigiro fra le dita nella tasca e leggo il responso tastando la superficie della faccia che esce; gli altri non devono sapere, mi intendete? Se vedessero in questa moneta ciò che vi vedo io, allora… sarebbe la fine! Meglio che mi spieghi. Uno oltre a restare a galla deve anche saper remare, ma qui sorge il dilemma: in che direzione? Sarebbe da pazzi pensare di remare controcorrente, meglio seguirla. Ed io la mia corrente ce l’ho stretta nel pugno.

La pipa invece non l’aveva comprata tirando a sorte. Regalo di un antico parente, era ora ridotta a soprammobile, spolverato e lucidato religiosamente il mercoledì e il sabato, prima di pranzo. Sarà l’ora di provarla, un pio pio improvviso nel pollaio del suo cervello. Ma ecco che quel pulcino innocente divelle la norma, causando un tremore incontrollato alle mani segnate di nero. Ficca tre dita nella tasca lisa dei calzoni, recuperando il totem. La Moneta. Se la passa sui palmi, prima sul bordo e poi di piatto, la tamburella sui polpastrelli, la striscia sulle labbra, l’annusa inspirando fino ad avere talmente tanto ossigeno nel cervello da rischiare di svenire. Il tremore cessa, ma il cinguettio rimane. Allora lo spicciolo si libra in aria e la cinepresa che riprende la vita dell’uomo stacca, dà un particolare alla figura d’insieme. Lui si sporge dalla poltrona, piega il busto in avanti. Lo spicciolo plana sfarfallando. Lui si afferra le ginocchia con le mani. Lo spicciolo atterra sul tavolino di vetro un tempo trasparente, ora solcato da vie scure, e ne percorre alcune e ne disegna di nuove. Nel puzzo di rame che aleggia in casa come nebbia, i fari degli occhi di lui si districano, sono buchi neri le pupille che si dilatano febbrilmente. La Moneta ruota su se stessa per circa sei secondi, prima di fermarsi. Immobile e dritta sul lato corto, rigida e impettita. Non è testa, non è croce. La cinepresa ora riprende il tipico attore cane. Faccia inespressiva, occhi vacui, membra molli. Dentro, invece, un can-can di ballerine che sgambettano contro le quinte del cervello, in stato di allerta. Con la mano tremula, effettua nuovamente il lancio. Stesso risultato. La cinepresa sembra scricchiolare, mentre l’attore cane ha lasciato il posto a un sosia ben più dotato, ma di cinema muto. La totale afasia è compensata da un movimento patetico dei muscoli facciali, onde impetuose nella burrasca della mania. Si è rotta si è rotta si è rotta sta’ zitto dannazione sfregatela sulla mano sul viso sui calzoni e ritenta non funziona non funziona più. La cinepresa con uno schiocco secco smette di registrare e tutto quello che abbiamo potuto percepire prima del silenzio è un urlo strozzato e il rumore di ciò che presumibilmente pochi secondi prima doveva costituire una pipa, ora cocci sul pavimento.

tic tac tic tac tic tac

a ogni yin il proprio yang

Il Rosso e il Nero

Luna, Sole

giorno, notte

vita, morte

prosa, poesia

lettere o numeri

Un’enorme, immensa, ginormica O a separare, vivisezionare, l’ottusa realtà strabordante doppi di contrasto, unicuique suum, annullamenti di annullamenti

Era stato forse stupido ma necessario oh sì sì indispensabile! l’allontanamento dal grigio d’atmosfera, dalla scelta incondizionata, dall’atroce relitto di libertà da violenza popolare, dal trancio al cordone ombelicale della grande madre. È dolce la certezza, sì sì la certezza non sbaglia mai. Non sente sull’epidermide il graffio da unghie incrostate che lo stanno dolcemente penetrando. È beato nel suo sudore cronico, il panico delle cose che vibrano attorno, delle pareti macchiate di muffa che un tempo erano bianche e ora…grigie! Sporche traditrici! Infausto presagio è il loro, mischiatrici del bianco e del nero cosmico. Deve essere stato l’ambiente interno, orribile nube, ad aver guastato il centesimino. Ah già, la Moneta. Lui non può neppure guardarla. È accaduto. È colpa colpissima! dell’interno, senza dubbio. Bisogna andare fuori. Guarda fuori. Legge vernice su manifesto: “Strauss Politik: le compromis idéal!”. Cospirazione! Cospirazione dei sensi decisionali! Deve correr via da lì, posto maledetto, posto vetusto, anacronistica bettola del cosmo! Via! Senza volger troppo lo sguardo alla preziosa sferetta bidimensionale, bisogna sgusciar da persona fidata all’istante. Non si tratta di decidere: solo uno degli esseri sa quel che si deve sapere sull’oggetto che un tempo, un respiro prima, era esso stesso Sapere decisionale. Perdio via, via da qui! Il timer per la salvezza è attivato…

tic tac tic tac tic tac

Selvaggia corsa per la stazione. Diluvio Universale.

splish splash splish splash

“Treno in arrivo al binario 6”.

Stridio di freni.

Il treno è fermo, le porte si aprono…

Una sera di circa venticinque anni fa ero uscito con alcuni amici e mentre gironzolavo per le strade della città in cerca di un buon pub dove passare la serata, ricevetti una telefonata da mio padre. All’epoca prendeva delle pasticche per dormire, che lasciava sempre assieme a tutti gli altri medicinali sulla mensola sopra lo scolapiatti. Quella sera non le trovò e pensò che fossi stato io a prenderle, per sbaglio. Effettivamente avevo portato via qualcosa dalla mensola dei medicinali, ma ero convintissimo che si trattasse dei miei soliti integratori. La scatolina si trovava nella tasca interna della mia giacca e sarebbe stato semplicissimo verificare, informando poi mio padre dell’eventuale scambio. Scelsi di non controllare e diedi per scontato d’aver preso la scatolina giusta. Non c’è una vera e propria ragione per la quale non feci una cosa così banale, mi stavo semplicemente divertendo e la voce irritata di mio padre dall’altro capo del telefono creava in me una sensazione di disagio.

<<Non ho propria idea di dove siano, guarda meglio.>> E misi giù.

Dopo un viaggio a dir poco infernale, distrutto e allucinato, finalmente giunto alla casa paterna e dilaniato dal solo pensiero di un susseguirsi infinito di scelte, quest’uomo sfigurato tira dritto fino ad arrivare a sfondare la porta dell’abitazione.                                                                                                                                                            Al centro di una stanza modesta, anonima e fredda, la figura del padre.                                                                                   L’uomo, che più che ad un uomo somiglia ad un tarassaco in fiore, ravvolto in una vestaglia di lana blu, logora, esageratamente ampia, scruta inorridito quella massa senza forma che gli si è presentata di fronte in modo tanto irruento, e che ora giace sul pavimento spoglio, ora infradiciato, innanzi a ciò che un tempo era stato l’uscio della propria dimora. Nella desolazione della scena, la cosa cerca a fatica di ricomporsi e di dare alla sua immagine una parvenza discretamente raccolta; inutile dire che riesce a fallire pienamente in questo suo intento; ricade sei volte su se stesso.                                                           Nonostante ciò egli avanza, imperterrito, verso quella figura rattrappita che si erge a poca distanza dal punto da cui si sta trascinando.                                                                                                                         Papà, prova a dire, ma tutto ciò che si avverte è un lamento distorto, stravolto dagli strani scherzi che la sua mente gli sta giocando. In preda al delirio, senza dare peso allo sgomento del padre, egli estrae, con estrema cautela, la tanto cantata Moneta dalla tasca del suo giaccone, ponendola nella mano sinistra di quest’ultimo. Gli narra allora il terribile accaduto, rispolvera con cura tutti i ricordi legati al Prodigioso Manufatto, e implora, implora il suo aiuto, disperato, riponendo in quell’uomo-stelo tutte le sue speranze, le ultime gocce di speranza che colano ancora dai suoi occhi turgidi di pianto e dai suoi vestiti ancora umidi.                                      Ah                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             Il vecchio tarassaco assume ora uno sguardo mortificato, impotente davanti a quella follia irosa, rendendosi conto di quanto lo squilibrio di quel suo figliolo sia assai più preoccupante di quanto fosse mai arrivato a pensare. E che cosa può fare ora, cosa può fare se non scegliere il più cautamente possibile le parole da rivolgere a quell’instabile creatura, per farsi capire, per spiegare che questa paradossale circostanza non era dovuta ad altro che ad una sua ossessiva psicosi?

Mio padre non chiuse occhio tutta la notte e al mattino, quando rincasai, era così stanco da non avere neppure la forza di andare a fare la spesa.

Si offrì quella buon’anima di mia madre, saltando la sua solita funzione domenicale nella chiesa cittadina. Poveretta, a messa non c’arrivò mai: cadde dalle scale e si ruppe una gamba.

Nulla di grave, per fortuna, ci prendemmo un bello spavento, ma dopo due mesi tornò come nuova.

Quella stessa mattina, dopo aver smaltito la sbornia, ritrovai le pasticche per dormire nella tasca della mia giacca e, ad essere onesti, scelsi nuovamente di non dir nulla a mio padre e le rimisi sulla mensola. Un gesto di cui, ancora oggi, non vado fiero.

Dopo quell’episodio il mio rapporto con le scelte peggiorò drasticamente e cominciò a riguardare anche le cose più banali, come la marca di cereali da acquistare, il colore della cravatta da indossare o la strada da percorrere per arrivare alla stazione.

Inutile dire che tutte le scuse, le giustificazioni, non sono considerate assolvibili per quella povera anima dannata, che di slancio riprende la Moneta nelle proprie mani e, incandescente, si ributta fuori dalla porta distrutta, stravolta da quella sua sorte tanto funesta, e, piangendo e abbaiando, inizia ad errare per strade ignote, nella speranza di trovare un qualche oracolo che ascolti la sua supplica.

La mia vita era diventata impossibile e sentivo che sarei impazzito, finché, pochi mesi dopo, a Natale, mia madre regalò a me e a mio fratello dei maglioni, dicendoci che potevamo scegliere quale dei due ci piacesse di più. I due capi erano identici, differivano solo nel colore, uno verde e l’altro arancione.

Fu la mattina di Natale più brutta della mia vita da eterno indeciso: mio fratello se ne andò dicendomi che per lui la scelta era indifferente, poiché gli piacevano entrambi i colori. Sembrerà assurdo, ma per più di due ore rimasi seduto sotto l’albero cercando di venirne a capo, ma nulla. Non appena mi convincevo di preferire l’arancione, guardavo il verde e pensavo che sarebbe stato molto più facile da abbinare con il paio di scarpe che indossavo quel giorno.

Mio padre, vedendomi così disperato, si sedette in terra accanto a me e tirò fuori dalla tasca della sua nuova vestaglia blu una monetina da dieci lire.

<<Se sei così indeciso, lancia questa. Sceglierà lei per te.>> Mi disse.

La Moneta sceglie per me da quel giorno.

È solo una monetina! È solo una…

Il cemento del marciapiede tintinna inesorabile. Rotola tra gli avvallamenti e le buche, si ferma.

Perfetta, in equilibrio.

Di nuovo.

“Monetina! Credo sia sua, dev’esserle caduta.”

Le scale d’ingresso del palazzo sono sudice. Qualcuno ha lasciato un hamburger che ora è il nido di una ventina di mosche. Dev’essere lì da molto. Si siede lì accanto.

I capelli ondeggiano di ritmo costante. Non c’è vento. È perché il corpo è scosso e tremante. Collassa.

Solo una moneta come può essere non posso essere in grado non dopo tutto questo tempo.

“Mi scusi, avanti, la prenda.”

Prenderla o non prenderla? Come posso?

Apre la bocca, ne esce un affanno vaporoso. Le unghie graffiano la nuca-lavagna, stridule. Gli fa male la testa dal pianto contratto disperato. I piedi sudano nelle scarpe strette, gonfi.

Nel bar di fronte una folla di liberi arbitri di sé bevono i loro caffè, i loro cappuccini, qualcuno mangia un croissant.

“Avanti, sono dieci lire, non credo ci sia bisogno.”

Sono solo dieci lire, solo dieci lire. Solo? Ma cosa vuole, perché insiste? Se le vuole bene, se no, che le lasci qui e se ne vada.

“Non posso andarmene, non senza che lei mi dica cosa vuole farne, di questa moneta.”

Cosa voglio farne? Me lo dica lei.

“Allora tiriamo a sorte, visto che non parla.”

Sorte?

Ha decretato.

“Curioso.”

Sorte. Due sillabe dal significato nullo. Guarda come se ne sta, la sorte.

“Dritta drittissima. Credo che non ci sia soluzione.”

Lei dice? Oppure ce n’è una.

La mano destra scende decisa. L’hamburger si spiaccica, macchiando di ketchup il gradino. Non si nota poi molto in realtà. Le ginocchia scricchiolano sotto il peso del mondo.

Due passi.

Al terzo, il suo corpo cade al suolo, disteso, di proposito. La faccia annusa la polvere dura.

“Lo vuoi veramente?”

La faccia non respira più, infossata nel suolo, schiacciata. Un piede sulla nuca, che preme. Il peso grava, lo soffoca.

Trema. Oscilla. Cade.

Croce.

Croce.

Croce.

Croce per sempre.

Una lacrima e un sorriso.

La strada, la scala sudicia, un uomo solo a terra. Nessuna moneta.

“D’accordo.”

Christian Dolci- Cassandra

Arianna di Francisca- Cassandra

Lavinia Pennachini- Gli Innominabili

Francesco Giammaroli-Cassandra

Martina Oliveri- Meraki

Pier Luigi Tolu- La Voce del Leo